007 Design per coordinarsi

E’ possibile utilizzare le regole del design nella vita di tutti i giorni anche per dare istruzioni? Me lo chiedo in questa puntata in cui elenco i 7 principi del design…o 5….o 10….e che sono …1 Prossimità, 2 Continuità…3….? 1 Prossimità…2 continuità…3 trallallala’…

Come si fa a dare delle istruzioni che vengano comprese immediatamente e limitino i possibili errori nell’esecuzione di un compito? I principi del Design applicati a sportelli pubblici e liste della spesa.

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“101 cose che ogni designerdeve conoscere sulle persone” Susan M. Weinschenk, Ph.D.
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Design per dare istruzioni
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Iconcine….che passione!

Ci sono due modi per pagare eccessivamente un designer e non sfruttarlo appieno.

Oggi parlo del primo modo, il più diffuso: l’UX/UI designer assunto per disegnare icone.

Quando quest’ultimo si ritrova in un ambiente di lavoro dove tutto è estremamente tecnicizzato tanto da non lasciare più spazio nè all’iniziativa personale nè tantomeno all’immaginazione strutturata allo scopo di trovare delle soluzioni originali, finirà col fare la cosa più stupida che venga richiesta a chiunque sappia tracciare due linee in croce al pc ovvero disegnare icone.

Cos’è un’icona? E’ un simbolo, una rappresentazione sullo schermo di un opzione di un programma.

Era il 1998 e io disegnavo icone. Perché? Perché era la cosa più facile da fare. Le pagine Web dovevano pesare poco, 20KB al massimo…teoricamente la cosa più intelligente da fare era forse quella di studiare un’ esperienza utente solo testuale, ma purtroppo programmatori, clienti e semplici conoscenti mi chiedevano di aggiungere del “colore”, mettere qualche “disegnino” qua e la’ [ah beato colui che realizzò il mitico Adventure per Zx81, un gioco indimenticabile e completamente testuale! Lo puoi provare qui ]. La cosa più intelligente da fare non è sempre la più apprezzata. Altrimenti non manderemmo tutte quelle catene di Sant’Antonio su WhatsApp!

Chi non ricorda le barre gialle e nere roteanti dell’undercostruction? O la @ tridimensionale? O la cassetta postale per le email…no, quelle erano più clip-art…che icone. Ma comunque erano elementi grafici che avrebbero potuto anche non essere disegnati del tutto e nessuno ne avrebbe sentito la mancanza.

Comunque, il flusso di lavoro era su per giù questo. Si pensava a sviluppare un sito web che magari aveva anche delle funzionalità evolute per quei tempi. Il programmatore del caso, dopo aver impostato tecnicamente la cosa secondo il suo esclusivo giudizio, mi chiedeva di “abbellirla”, però non c’era mai spazio per troppi elementi, era già troppo carica di informazioni, troppo pesante in KB e quindi disegnavo icone.

Mi è capitato perfino di disegnare l’icona di un processore 16x16px ! Hai presente un processore?

questo è un processore

Beh disegnalo qui dentro e fai in modo che si capisca che è un processore! Capisci perché mi stanno sulle balle le icone!?!?

questo lo spazio di un’icona 16px x 16px

Era difficile, le facevo pixel per pixel, non vettoriali come ora, in più andavano più abbombate e con le ombre…non flat. Quindi era davvero snervante. A quei tempi erano forti i giapponesi. Facevano delle icone di sushi davvero belle e dettagliate. Io tentavo di imitarli, ma non c’era storia…erano imbattibili! Tant’è che ora l’icona del sushi è diventato il mio simbolo. Lo trovi sul mio sito: silviamarcellini.com

2020….grandi progetti, grandi soluzioni….più o meno stessa “testa”, non ho visto una grande evoluzione in tal senso.

Se potessi avere 10 euro per ogni volta che ho avuto a che fare con progetti “straordinari” sulla carta, ma che alla fine si sono risolti nel posizionare 4 icone in croce qui e la’ anziché progettare una soluzione interessante con un esperienza utente dignitosa ed evitare di far partire il progetto dai requisiti tecnici stabiliti per lo più in base ai componenti acquistati prima di sapere verso quale scopo orientarsi ….sarei non dico milionaria, ma uno scooter ce lo compravo di certo!

Senza parlare dei commenti beceri di chi non immagina neanche quanto sia importante il lavoro di un UX designer nello strutturare un progetto dall’inizio prima che sia troppo complicato intervenire in maniera significativa su un prodotto ed essere costretti ad utilizzarlo in maniera “sbilenca” per tutto il resto della sua esistenza.

Ecco questo è il modo più cretino di pagare un designer e di utilizzarlo all’1% delle sue capacità.

 ..anche perché adesso c’è FontAwesome…

Design per evidenziare

Uno degli errori più frequenti di chi deve comunicare qualcosa e non ha esperienza di grafica è quello di farlo in maniera monocorde, omogenea, senza evidenziare quello che è necessario.

Un testo, un post, una comunicazione formale, perfino una lettera di presentazione oppure anche un messaggio informale su WhatsApp….tutto può essere comunicato meglio e soprattutto facendo sì che le persone capiscano al volo quanto è necessario.

Ci sono delle accortezze che vanno tenute in considerazione, come ad esempio evidenziare la negazione NON altrimenti, nella lettura veloce di un testo, viene semplicemente omessa .

Si prega la gentile clientela di non fumare all’esterno della veranda dell’albergo.

Probabilmente i fumatori tralasceranno il “non” e, considerando plausibile il fumare nella veranda esterna, faranno esattamente il contrario.

Meglio sarebbe scrivere, magari usando anche il maiuscolo:

Si prega la gentile clientela di NON fumare all’esterno della veranda dell’albergo.

Oppure mettendo in grassetto alcune parole che se lette, tralasciando il resto, possano dare un’idea sommaria di quanto c’è scritto in tutto testo, come ho fatto in questo articolo.

E queste sono le basi, che dovrebbero essere ormai note, considerando che attualmente il grado di attenzione di chiunque è pari allo zero, le persone leggono i libri mentre chattano sui social e vedono una serie tv e che i quotidiani hanno un tempo medio di lettura di 15 minuti.

Come si dice dalle mie parti … non è che sono contenta di questa situazione, ma “O te magni ‘sta minestra o zompi dalla finestra”…per cui facciamo di necessità virtù e anche nelle email di istruzioni ai nostri colleghi, clienti, amici, conoscenti, impieghiamo quei due secondi di più per evidenziare i concetti essenziali, evitando di fargli leggere l’equivalente dell’elenco delle spese del cardinale de I Miserabili …come spesso accade, purtroppo.

Ma volevo aggiungere anche un altro esempio che mi è capitato spesso di consigliare a chi aveva la necessità di fare comunicazione usando la grafica.

Immagini e testo in un post grafico NON devono avere lo stesso peso.

Se l’immagine è auto-esplicativa ed è chiaramente il centro dell’attenzione del messaggio, il testo può essere omesso del tutto o avere un posto non rilevante.

Probabilmente è abbastanza intuitivo che siano bagni anche senza scriverlo.

Se, invece, vogliamo far notare un messaggio nel testo associandoci un’immagine, bisogna dare enfasi alla parte che vogliamo evidenziare nel testo, altrimenti l’immagine “cannibalizzerà” tutta l’attenzione senza spiegare concretamente cosa ci interessa comunicare.

E poi, se la vostra comunicazione è informale, non esitate a mettere degli schizzi, degli schemi di esempio nel vostro testo. Proprio come ho fatto io. Non devono essere belli, devo esprimere concetti evidenziando ciò che interessa.

Il Design è un cassetto di mutande

Detesto quando la gente usa delle perifrasi per comunicare.

Chiama il pane, “pane” e il vino “vino” e vedrai che ci capiamo. Ma comprendo che questo modo di fare elimini molto l’effetto “quanto so figo” e “quante ne so”.

Ad esempio, ho una metafora preferita per spiegare a chiunque cosa voglia dire occuparsi del design dei siti Web.

“Realizzare il design di un sito Web o di un app Web è come mettere a posto un cassetto di calzini e mutande.”

Ecco questa non è proprio la frase che si vuole sentir dire ad un colloquio il responsabile HR della Ogilvy quando intervista un possibile Senior UX designer da mettere a capo della divisione Web.

Ma è questo! Purtroppo. Nient’altro. Davvero.

E’ imbarazzante, ma niente di più, se lo riduci all’essenziale.

Tu hai questo cassetto (sito web), e devi trovare tutto al volo perché hai fatto la doccia, ti sei dimenticato di prendere il cambio e hai freddo (scarsa concentrazione)

E devi trovare tutto a colpo d’occhio (tu, utente). E chi rimette a posto le mutande (designer) deve essere coerente e trovare una soluzione che ti dia una panoramica immediata della situazione, e se si è più di una persona a mettere a posto la biancheria, bisogna seguire uno schema e farlo sempre allo stesso modo (programmatore), perché altrimenti non le trovi e ti spazientisci e urli attraverso la porta “Dove sono le mutande?” (help desk) E qualcuno deve accorrere in tuo aiuto (support) e se non è a casa quel qualcuno (sede), tu ti infili quelle di tua moglie dopo aver cercato nel suo cassetto (navighi altrove)…anche se non sarebbero quelle perfette per te (competitor).

Ecco. Il Design è un cassetto di mutande.

Il Design è un cassetto di mutande.

002 Che cos’è un UX/UI designer

Puntata 002. Prima di una serie di puntate in cui combatto una mia battaglia personale contro l’uso improprio dei termini e vado a scovare le origini di come si è arrivati a fare quello che facciamo [ e rimpiango i bei vecchi tempi dei pionieri del Web…sigh! ]

Cosa fa uno UX o uno UI? Qual è la differenza? E qual è il livello di maturità del design di un’azienda? Come orientarsi all’interno del panorama delle innumerevoli professioni legate allo sviluppo delle interfacce grafiche.

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Significato di User experience: https://it.wikipedia.org/wiki/User_Experience
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Design Trend Report Talent – nov 2019 Invision
https://www.invisionapp.com/design-trends-report-talent

The new design frontier
https://www.invisionapp.com/design-better/design-maturity-model/

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Artigiana digitale

Non mi ero resa conto di quanto fosse difficile spiegarmi bene fino a quando non ho iniziato a parlare in un podcast.

Quello che mi preme in maggior modo è far capire due cose [ed è per questo che le scrivo qui, nero su bianco]:

1- io non le so le cose, cerco di capirle mentre le interpreto.

2- l’ideale è poetico, la realtà è prosaica…e anche un tantino noiosa.

Mi spiego.

Siamo ammalati di ipercompentenzialismo [ ho appena inventato questo termine per cui è inutile che lo cerchi su un dizionario ]

È comprensibile. È un meccanismo di difesa. In un mondo di oltre 7 miliardi di abitanti tutti con la stessa necessità più o meno: trovare un lavoro e guadagnare per vivere […pensavi chissà che eh….], è normale che tutti dobbiamo passare per super competenti in quello che facciamo. Pena l’ essere considerati l’ultima ruota del carrozzone e guadagnare davvero poco.

Noi non beviamo più vino, siamo tutti enologi, non andiamo a divertirci sulle piste da sci, siamo sciatori da olimpiadi, non ci prendiamo un caffè…lo degustiamo, riconosciamo la tostatura, la macinazione, l’aroma. E sul lavoro è uguale. Non siamo più operai, artigiani, manovali…siamo guru, specialist, evangelist, manager, architect etc…

Vai in farmacia e la signora in fila discute da pari a pari col farmacista e, con un bagaglio tale di conoscenze sui medicinali, che ti chiedi che formazione abbia, se sia un medico. Vai in palestra e un tale che segue il corso con te sa tutto di materiale tecnico per lo sport e diete e tu sai che è un impiegato delle poste, non l’istruttore. Sei in attesa dalla parrucchiera e la tipa prima di te da indicazioni sul taglio dei propri capelli come neanche Aldo Coppola farebbe.

Non si fa più nulla per hobby. Si è super competenti in tutto dalla strapazzatura delle uova per la carbonara al sistema per raggiungere Marte con il minimo dispendio di carburante.

Allo stesso tempo però qualsiasi conoscenza viene allungata, reimpastata, filtrata, masticata e predigerita, in modo da passare liscia e senza sforzo, come aria all’interno dei crani delle persone.

Quegli studi che una volta erano le “sudate carte”, quell’apprendimento che richiedeva sforzo sacrificio, anni, volumi da 1000 pagine dell’emerito studioso X che ci impiegavi mesi ad assimilare è tutto ridotto a pochi minuti video, trascrizioni, riassunti, audio, pillole…4 domande per un test farlocco e diploma di fine studi: “Wow, hai completato il corso avanzato di Google Analytics” vuoi condividerlo col mondo?”

Ovvio che sì…mi ha impiegato ben il tempo che stavo aspettando la centrifuga del bucato e avevo pure finito di leggere l’oroscopo…

Una volta passavi anni a frequentare corsi di lingue serali e ti sembrava sempre di non saperlo mai ‘sto cavolo di inglese della malora…ora ogni mattina 5 minuti di Duolingo e sei pronto a giurare di sapere anche il Klingon….

E poi ti trovi a lavorare e i tuoi colleghi sono così sicuri di conoscere tutto e tu sei lì che ti chiedi se ne sai abbastanza….e se apri il browser ti spaventi: ce ne sono troppe di informazioni…come si fa a saperle tutte? ti metti a cercare come fare una maschera col programma nuovo che ti sei appena scaricata, ti esce il codice per farla in css, però lo stile ora si fa col less, devi usare le variabili, allora, magari ti scarichi l’app su smartphone che ti spiega come programmare in C# in 5 minuti tutte le mattine […ma a che ora devo svegliarmi ormai alla mattina!? ], ma poi a te che te frega della programmazione?, forse meglio che ti dai da fare col marketing, allora ti iscrivi al podcast che ti spiega come fare, ma devi sapere come leggere le statistiche quindi ti iscrivi all’Academy di Google, però magari è meglio prima avere ben presente le regole sulla privacy per non rischiare una denuncia e ….e volevi solo disegnare un pulsante in vettoriale, orcomondo, sono due ore che giri e non hai concluso un cavolo!

E quindi:

1 – quando dico l’ Ux è questo e l’ UI è quest’altro…non è che sia proprio così sicura, mi aspetto che qualcuno mi scriva per dirmi, “ma cosa dici!”. Avrei per lo meno stabilito un punto di partenza per una discussione, perché soffro di questa mancanza di definizioni fisse. E sto cercando proprio di fare questo: definire. Mettere un punto, un limite, stabilire un senso.

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Che c’è di meglio di uno Sprint alla mattina?

2- anche a me piacerebbe fare parte di un team di design “coicontrocavoli”, di quello che la mattina si incontra per lo sprint iniziale […che purtroppo ho scoperto non avere alcuna attinenza con la popolare marca di cioccolata solubile degli anni ’80… accidenti!], che sguinzaglia una decina di Ux designer alla ricerca del processo di pagamento ideale, che intervista utenti e si immedesima nelle Personas col metodo Stanislavski…e poi realizza mockup paurosi e verifica infine con dei test mirati….ma la mia realtà è stata sempre più prosaica: errori da correggere e pezze da mattere su App che erano state fatte prima di essere progettate, maledette icone da realizzare al posto di una sensata organizzazione degli elementi di una webapp o di un sito web, martellate ai fogli di stile eseguite all’ultimo momento per ottenere quello che volevi fosse fatto dal programmatore, ma che riteneva di dover fare cose molto più importanti prima dei “disegnini”, non ti ha OVVIAMENTE ascoltato e, peccato che l’aspetto di un app o un sito web sia l’unica e sola cosa che salti agli occhi e sia criticabile da tutti, ora ti ritrovi a metterci le mani da sola e pure di corsa…

E quindi mi definisco un’artigiana digitale perché io fo solo il lavoro sporco…quello che pare non voglia fare nessuno e probabilmente sono l’ultima ruota del carrozzone….e anche il vertice della piramide rovesciata che lo sostiene.

001 Perché questo podcast si chiama così

Puntata 001. La puntata in cui parlo di intelligenza artificiale, di applicativi web che realizzano loghi con un algoritmo e del fatto che l’originalità sia un “errore”.

Perché AA AI Cercasi? Dobbiamo temere l’arrivo dell’intelligenza artificiale oppure sarà la liberazione dalle nostre fatiche quotidiane? Cosa si prenderà dei nostri lavori? E i lavori creativi saranno a rischio? Come sarà il design realizzato con un algoritmo?

Quindi questa puntata si chiama così perché se l’Intelligenza Artificiale si occuperà di tutte le seccature a noi, Umani, resterà solo il meglio [ oppure….cercasi intelligenza artificiale laddove quella umana sia momentaneamente assente ].

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websummit.com
“DATA ADDICTION: AI and the future of design” Yali Saar, Taylor Brands. (taylorbrands.com)
“Machine learning will make marketing more human” Kristin Lemkau, JPMorgan Chase.

A.I. for Kartell by Starck powered by Autodesk,
http://www.starck.com/a-i-for-kartell-by-starck-powered-by-autodesk-kartell-p3534

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Perché un podcast, un blog, il sito, instagram…

Diciamocelo francamente, mi sono rotta le scatole.
Può capitare. Dopo 22 anni di lavoro costante, uno si potrà rompere le scatole?

Dire di aver fatto una vita di stenti, sarebbe ingiusto soprattutto alla memoria di mia nonna che è passata attraverso la seconda guerra mondiale, razionando olio e cuocendo il gatto per farne sapone. No, io non ho sofferto così tanto. Mi sono sempre barcamenata in lavori precari e situazioni di crisi, ma per fortuna il mio gatto è con me da 20 anni e anche volendone ricavare del sapone ce ne verrebbe davvero poco visto che è tutto pelle e ossa.

Però mi sono rotta lo stesso. Mi sono rotta della competizione, del dovermi tenere sempre aggiornata sull’ultima novità del settore (un settore che ne sforna milioni al giorno!), del dover dimostrare di valere più dell’amico saccente, più del collega presuntuoso, più dello smanettone, più del millennial rampante, più dell’ultimo che entra dalla porta e decanta conoscenze che poi si scoprirà non avere [ma toh!, ma chi se lo sarebbe aspettato mai!?! ]…e ora anche dei sistemi automatizzati, delle app estremamente usabili e intuitive che consentono di farti dei siti da zero senza conoscenze di sorta, della cosiddetta ” intelligenza artificiale”…no è troppo…

Ho detto, Silvia, ora basta, si cambia lavoro. Ok ma che faccio? Io sono sul Web da 22 anni…oh! 22, ma possibile che in 22 anni ogni giorno è come il primo? Ed è sempre una guerra!?!?

E allora che mi sono illuminata…[…in realtà no, ho sentito un podcast che me lo diceva esplicitamente e solo poi …pensandoci su un sei mesi buoni l’ ho ritenuto plausibile…].

Silvia, non comunichi!

Avevi un blog e lo hai chiuso perché pensavi che non ti seguisse nessuno e invece anni dopo hai scoperto che non era così…[…ma a quei tempi chi pensava alle statistiche?…] C’eri prima degli altri e ora sei l’ultima su Internet. Non sei su facebook perché sei snob. Ti infastidiscono le foto dei piatti grondanti grasso e le immagini delle vacanze tutte pose e sorrisi a 32 denti…[…in realtà mi infastidisce questo mix esplosivo di amici/parenti/conoscenti/clienti…e tutta la gestione dei toggle per evitare che si parlino tra di loro]. Eviti Twitter perché in 150 caratteri non riesci neanche a scrivere un biglietto per lasciare la cena in forno a tuo marito. Il video è implacabile, già non eri chissà che gnocca a 20 anni figurati ora che ne aggiungiamo 22…

Poi è ovvio che il primo che arriva, ti eclissa! Pensavi che parlasse il tuo lavoro, la tua professionalità. Tu non ti sbilanci a decantare soluzioni iperboliche perché lo sai che le cose possono essere fatte in 100 modi diversi, che la tecnica cambia ogni secondo mentre la stai implementando e che l’user experience va fatta insieme agli utenti…

Ma de che! È il marketing che conta! Lo devi dire quello che fai!
È l’epoca de “Quanto so fico!” “Quante ne so!”e “Quanto so bello!”, è l’epoca dei selfie questa…

E tu non ti dai le arie dell’artista, non ti colori mezza testa in tinte fluo, non metti orecchini sul labbro, naso, palpebra, non ti tatui!!! Neanche vai in giro con vestiti a scacchi viola e rossi, una scarpa col tacco e una ballerina piatta. Come fa la gente a capire che sei un estroso creativo?!?!
Nè ti atteggi a Diavolo Veste Prada, tutta nera e con teschi brillantinati a vista, gettando in faccia agli stagisti la borsa Micheal Kors…[sono proprio uno scandalo…ho googlato come si scrive…]

Hai una casa il cui unico pezzo di design è lo spremiagrumi di Stark ed è un regalo di tuo fratello. Compri i vestiti online e li indossi anche se non ti stanno perché non hai voglia di rimandarli indietro…

Insomma, come si fa a capire che hai 22 anni di esperienza da designer da condividere in cui hai annotato:

– le manie del settore ( dai colleghi, ai clienti, ai concorrenti)
– le incongruenze nei processi di sviluppo e le mancanze nei processi creativi
– le possibili migliorie che si possono apportare
– i “soliti” problemi che si potrebbero evitare, ma non lo si fa
– i ritorni storici…( tecnologie che vanno e vengono, strumenti di marketing che aricicciano, stili che ritornano come il tubino nero Chanel ai matrimoni)
– le soluzioni evergreen quelle che usava già Gutemberg ma non aveva pensato di crearci un podcast…
– il significato vero di tutte queste belle parole con cui ci riempiamo la bocca ( e che non capiamo fino in fondo). UX, UI, agile, scrum, Ux writer, front end, community manager, A/B test, cms, crm, cro analysis, funnel marketing, brand positioning…per cui le butti lì e scruti la reazione dell’interlocutore per capire quante ne sa e se ne sa più di te, sei pronto a cambiare discorso…”toh guarda…un gattino!”
– e le origini di tutto questo marasma. Una nota di nostalgia babbionica per i bei tempi che furono. Quando ci si sentiva una folla se si era in 20 contemporaneamente su un forum e si condividevano punti di vista e pareri, non memes su Telegram! Perché le cose all’inizio sono sempre così stupendamente semplici…e poi si perdono in inutili e complicate sovrastrutture…

Beh, è semplice, si ricomincia a scrivere, si inizia a parlare…tramite il podcast aaaicercasi e ci si espone al pubblico ludibrio…oh! mal che vada avrò trovato il modo di intrattenermi per i prossimi vent’anni, anziché guardare le telenovelas…[ci sono ancora le telenovelas?]